
Lavinia Fontana è stata una delle prime e più influenti donne artiste della pittura italiana. La sua personalità artistica è stata ampiamente indagata: le fasi della sua attività e
gli intensi rapporti con i committenti costituiscono oggi un esempio metodologico fondamentale per lo studio di altre artiste dell'età moderna.
Figlia di Prospero Fontana — pittore protetto da papa Giulio III e a servizio stabile a Roma tra il 1553 e il 1555 — Lavinia apprese i primi insegnamenti nella bottega paterna. Qui entrò in contatto con illustri
committenti, artisti ed eruditi come Ulisse Aldovrandi e Gabriele Paleotti. In questo ambiente assorbì gli stilemi del tardo Rinascimento, rielaborandoli in un linguaggio personale aderente ai dettami della
Controriforma, che presto la distanziò dai protagonisti della pittura bolognese della seconda metà del secolo.
Nel 1577 firma e data l'Autoritratto alla spinetta (Roma, Gallerie dell'Accademia di San Luca), realizzato in occasione delle nozze con Gian Paolo Zappi, figlio cadetto di una famiglia della piccola aristocrazia di Imola. Dal matrimonio nasceranno undici figli.
Al momento del matrimonio la fama di Lavinia Fontana come ritrattista si diffuse rapidamente a Bologna. L'artista fu particolarmente apprezzata per la precisione quasi ottica con cui rappresentava i dettagli —
dai merletti ai gioielli — nei quali inseriva spesso motivi emblematici o araldici. A ciò si aggiungeva una notevole capacità di introspezione psicologica, che le permetteva di restituire con sensibilità la personalità
dei soggetti ritratti.
Nelle sue opere sperimentò soluzioni influenzate da due modelli principali. Da Bartolomeo Passerotti, allora il ritrattista più stimato di Bologna, riprese gesti e pose nello spazio, oltre all'attenzione narrativa agli
oggetti che definiscono la vita dell'effigiato. Dal padre Prospero derivò invece l'uso di prospettive interne con stanze che si prolungano silenziosamente sullo sfondo: un espediente scenografico legato anche
all'esperienza paterna nell'allestimento teatrale.
Il contatto con il mondo del teatro favorì inoltre l'accesso di Lavinia alla pittura di storia e di mito, come dimostra la Visita della regina di Saba al re Salomone (Dublino, National Gallery of Ireland),
dove il soggetto allegorico — ricondotto ai Dialoghi di Torquato Tasso — e l'impianto scenografico ereditato dagli esempi paterni costruiscono una rappresentazione di grande suggestione narrativa e teatrale.
Alla fine degli anni Ottanta del Cinquecento Lavinia Fontana era ormai una pittrice affermata e molto richiesta per i ritratti dei notabili bolognesi, in particolare delle nobildonne: farsi ritrarre da lei era
diventata quasi una moda nei circoli aristocratici della città. La sua abilità nel rendere i dettagli con una precisione di gusto fiammingo — frutto sia della passione collezionistica del padre sia della curiosità
enciclopedica tipica dell'epoca — suscitava grande ammirazione.
Fontana dimostrò anche notevoli capacità nel gestire la propria carriera. Seppe costruire e mantenere relazioni con ambienti di alto rango, scegliendo per i propri figli padrini e madrine illustri, e mostrò
grande abilità nel consolidare la propria rete di committenze. Per rafforzare ulteriormente questi legami, arrivò perfino a dare ad alcune figlie il nome delle proprie committenti.
Nel 1583 ricevette la sua prima commissione pubblica: una pala d'altare per la cattedrale di Imola, città natale del marito. Si tratta della prima opera religiosa destinata a una chiesa e commissionata da
un'istituzione ecclesiastica mai realizzata da una donna nella storia dell'arte occidentale: un primato assoluto.
A questa seguirono altre importanti commissioni, tra cui la pala per la chiesa di Santa Sabina a Roma, raffigurante la Visione di San Giacinto, e quella con il Martirio di Santo Stefano per la basilica di San Paolo fuori le Mura, purtroppo distrutta nell'incendio del 1823.
Lavinia è stata la prima artista donna ad aver ricevuto commissioni di opere pubbliche a destinazione sacra e profana. Si cimentò anche con il genere del paesaggio, come dimostra il San Francesco che riceve le stimmate.
Alla morte di Prospero Fontana, i coniugi Zappi — liberi dal vincolo che li teneva a Bologna e incoraggiati dal cardinale Bernerio, sostenitore e committente di Lavinia — decisero di trasferirsi a Roma. Qui la pittrice
trovò il contesto più favorevole della sua intera carriera.
La transizione fu rapida e priva di difficoltà: Lavinia aveva già tessuto, da Bologna, una fitta rete di conoscenze e committenze romane. A Roma lavorò sia per committenti della città sia per clienti di altre città italiane, che le affidavano incarichi a distanza. Il volume di lavoro divenne talmente intenso da costringerla a declinare numerose richieste.
La sua ultima opera è la Minerva in atto di abbigliarsi (1613, Roma, Galleria Borghese), commissionata dal cardinale Scipione Borghese un anno prima della morte della pittrice. Il dipinto sovverte completamente l'iconografia tradizionale della dea, testimoniando l'originalità dello sguardo femminile nell'arte. Lavinia ritrae una giovane donna vista di profilo e in movimento: non un corpo sensuale destinato alla contemplazione passiva, ma una dea-ragazza agile e longilinea che ha appena abbandonato le armi — lo scudo e l'elmo — e si appresta a indossare abiti comuni. Un nudo che è naturalezza, femminilità senza fronzoli, la donna come persona al di là della veste, dell'orpello e del simbolo, colta in un momento qualsiasi della sua intimità.
Lavinia Fontana è la donna artista rinascimentale di cui sopravvive il maggior numero di opere in assoluto. Il fatto stesso che tante sue tele siano rintracciabili e conservate dimostra quanto i committenti
tenessero in considerazione il suo lavoro. Libera, ambiziosa, determinata a cimentarsi in tutti i generi pittorici — anche quelli tradizionalmente preclusi alle donne — fu al tempo stesso instancabile e tenace,
mantenendo nell'arco dell'intera carriera un volume di produzione straordinariamente alto.