
Dal 29 ottobre 2025 al 1 marzo 2026, in mostra a Torino alla GAM nel cuore della stagione artistica torinese, si inaugura Notti. Cinque secoli di stelle, sogni, pleniluni.
A cura di Fabio Cafagna ed Elena Volpato, un’esposizione che si propone come un’esplorazione sensoriale e intellettuale del buio, non più mero sfondo ma protagonista vivo di una narrazione estetica e filosofica.
La mostra attraversa oltre quattro secoli di storia delle immagini, mettendo in dialogo opere che indagano il tema della notte con sguardi differenti — spaziando dalla ricerca scientifica alla visione poetica. Il percorso si apre con riferimenti al pensiero scientifico e alle prime osservazioni astronomiche, ben rappresentate dal celebre Sidereus Nuncius di Galileo Galilei e dalle incisioni astronomiche di Maria Clara Eimmart. Questi documenti dialogano con dipinti e manufatti che riflettono il rapporto tra la luce delle stelle e la lente dell’artista. Corriere Torino+1
Oltre alla rigorosa tensione scientifica, Notti esplora il lato più fragile e immaginativo dell’esperienza notturna. La selezione comprende opere di maestri classici e moderni come Goya, Canova, Paul Klee e Odilon Redon, fino ad arrivare a figure fondamentali del Novecento come Picasso e Jackson Pollock. In queste opere, il buio si fa simbolo: di sogno, di limite, di introspezione, e talvolta di inquietudine profonda.
Nel cuore della mostra emergono anche voci contemporanee che rinnovano il linguaggio notturno: i cieli cosmici di Thomas Ruff, le visioni sospese di Vija Celmins e le costellazioni performative di Michelangelo Pistoletto mettono in discussione il confine tra reale e immaginato. Qui la notte non è solo assenza di luce, ma spazio di possibilità, luogo dove la percezione si dilata e l’immagine diventa esperienza.
La scelta curatoriale di ordinare le opere non solo cronologicamente ma anche tematicamente permette al visitatore di percepire la notte come un archetipo culturale. In ciascuna sala, si avverte la tensione tra razionalità e sentimento, tra il razzo della scoperta scientifica e il sospiro lirico del sogno artistico.
La notte diventa così figura complessa: è metafora dell’ignoto, spazio di ricerca, limbo poetico e scena di introspezione. La mostra alla GAM non si limita a esporre capolavori: invita a interrogarsi su come l’oscurità plasmi il nostro sguardo sul mondo.
Galileo Galilei, Sidereus Nuncius
Posto all’inizio del percorso, il Sidereus Nuncius non è solo un documento scientifico ma un vero e proprio atto poetico. La notte, per Galileo, non è oscurità ma rivelazione: il buio diventa lo spazio necessario affinché la luce delle stelle possa manifestarsi. In questo contesto espositivo, l’opera assume un valore simbolico potente, ricordandoci che ogni immagine nasce da uno sguardo che osa attraversare l’ignoto.
Le opere di Redon segnano il passaggio dalla notte osservata alla notte immaginata. Qui il buio non è più cielo ma mente: popolata da figure fluttuanti, occhi sospesi, forme oniriche. Redon sembra suggerire che la vera notte non sia fuori di noi, ma dentro, un territorio psichico dove la ragione si dissolve e l’immaginazione prende il sopravvento.
Nelle opere di Klee la notte si fa struttura musicale. Linee, segni e campiture cromatiche leggere evocano costellazioni intime, quasi infantili, ma attraversate da una profonda consapevolezza filosofica. Klee non rappresenta la notte: la traduce in linguaggio, la rende ritmo visivo.
Il buio, nel lavoro di Pollock, non è figurativo ma energetico. Le superfici dense e stratificate evocano cieli notturni privi di punti di riferimento, dove lo sguardo si perde come nell’infinito cosmico. È una notte senza stelle, caotica, primordiale, che mette il visitatore di fronte all’abisso dell’esistenza.
Con Pistoletto la notte diventa contemporanea, sociale, quasi politica. Le sue opere dialogano con l’idea di riflessione — reale e metaforica — suggerendo che il buio sia il luogo in cui ripensare il nostro ruolo nel mondo. La notte non come fine, ma come possibilità di rigenerazione.
Il consiglio è di non avere fretta. Notti è una mostra che richiede adattamento, come gli occhi che si abituano al buio. Le prime sale vanno attraversate con attenzione, lasciando che siano le opere a dettare il ritmo.
Più che cronologica, la mostra è costruita per nuclei concettuali:
Seguire questi fili permette una lettura più profonda e personale.
Alcune sale sono pensate come pause visive. Qui è importante sostare, sedersi, osservare a lungo. La notte, suggerisce la mostra, non si comprende con uno sguardo rapido.
Molte opere non sono “belle” in senso tradizionale: sono inquietanti, oscure, talvolta disturbanti. È proprio in questa tensione che Notti trova la sua forza, rifiutando una visione romantica e addomesticata del buio.